MENU Nomentum: ~430 aC
La battaglia di Nomentum
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Intorno al 430 aC Roma fu colpita da una grave epidemia che ne falcidiò la popolazione e che costrinse i Romani stessi a rimanere chiusi dentro le loro mura, con il conseguente abbandono delle campagne.  Di questa situazione approfittarono subito i Fidenati, eterni nemici di Roma, i quali, dopo aver compiuto qualche razzia nel territorio romano senza incontrare la minima resistenza, convinsero i loro vicini Veientani, di origine etrusca, ad allearsi con loro e ad attraversare in forze l'Aniene per puntare decisamente sull'Urbe.

La loro avanzata non incontrò alcun ostacolo fin sotto le mura di Porta Collina ( che si trovava sulla via Nomentana, in posizione leggermente arretrata rispetto all'attuale Porta Pia ): qui l'esercito alleato pose il suo accampamento esponendo gli stendardi di guerra al popolo romano, che, nel frattempo, era accordo sulle mura. 

 

In città fu subito il panico, ma il dittatore Quinto Servilio, nominato per far fronte alla difficile situazione, diramò prontamente un appello ai Romani che ancora ce la facevano a reggersi sulle loro gambe, nonostante il dilagare dell'epidemia:

Ordinò a tutti di trovarsi fuori dalla Porta Collina alle prime luci del giorno.  Quelli che avevano forze sufficienti per portare armi si misero tutti a disposizione. Le insegne vennero prese dall'erario e consegnate al dittatore.

( Tito Livio, Storia di Roma, IV.22 )

I capi dell'esercito Fidenate-Veientano non approfittarono, però, del momentaneo caos nell'Urbe e, invece di attaccare, arretrarono le loro truppe in una posizione più difendibile, sulle prime colline del territorio nomentano; questa inspiegabile manovra dette il tempo, ai Romani, di riorganizzarsi e di attaccare con impeto i loro nemici:

Mentre [ in Roma ] si svolgevano tali preparativi, i nemici si ritirarono in posizioni più elevate. Il dittatore puntò contro di loro con le truppe pronte a dare battaglia e non lontano da Nomentum si scontrò con le legioni etrusche mettendole in fuga. Di lì le costrinse a riparare nella città di Fidenae, che circondò con un vallo. Ma la città, alta e ben fortificata, non poteva essere presa nemmeno con l'uso di scale, e l'assedio non serviva a nulla perché il frumento precedentemente raccolto non solo bastava alle necessità interne, ma avanzava. Perduta così ogni speranza sia di espugnare la città, sia di costringerla alla resa, il dittatore - che conosceva benissimo quella zona per la sua vicinanza a Roma - ordinò di scavare una galleria verso la cittadella, partendo dalla parte opposta della città, che risultava essere la meno vigilata essendo già ben protetta dalla sua stessa configurazione naturale. Poi, avanzando contro la città da punti diversissimi, dopo aver diviso in quattro gruppi le forze a disposizione - in maniera tale che ciascuno di essi potesse avvicendare l'altro durante la battaglia - combattendo ininterrottamente giorno e notte il dittatore riuscì a distrarre l'attenzione dei nemici dallo scavo. Finché, scavato tutto il monte, fu aperto un passaggio dal campo alla cittadella. E mentre gli Etruschi continuavano a concentrarsi su vane minacce, senza rendersi conto del vero pericolo, l'urlo dei nemici sopra le loro teste fece loro capire che la città era stata presa.

( Tito Livio, Storia di Roma, IV.22 )

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Per quanto breve, questo resoconto dimostra come Nomentum, in quella occasione, assunse una posizione del tutto neutrale rispetto ai due fronti belligeranti:  infatti, se da un lato è vero che alla città di Fidenae era unita da legami di sangue ( secondo quanto riferito da Virgilio nella sua Eneide ), dall'altro lato è altrettanto vero che alla città di Roma era legata dall'alleanza firmata dopo la battaglia del Lago Regillo.

Il rischio di attirare su di sé la macchina bellica dei Romani e delle altre città latine confederate fu probabilmente giudicato dai Nomentani decisamente superiore ai vantaggi che essi avrebbero potuto ottenere da una momentanea vittoria al fianco dei confratelli Fidenati: da qui la scelta del "non intervento", che garantì a Nomentum una certa tranquillità nei rapporti con Roma per circa cento anni, in un periodo di forti ostilità tra l'Urbe e le popolazioni del Lazio.



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