MENU Nomentum: VIII secolo avanti Cristo
Il ratto delle Sabine
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Per narrare i fatti relativi a questo evento dobbiamo tornare per un attimo indietro nel tempo e, più esattamente, all'arrivo di Enea e dei suoi uomini sulle coste del Lazio.

Rifacendosi alla leggenda e a quanto asserito dal poeta
Virgilio nella sua "Eneide", quando i Troiani guidati da Enea sbarcarono nel Lazio furono ospitati a Laurentum dal re Latino e l'eroe troiano risultò così benvoluto dal re che questi pensò bene di concedergli in moglie sua figlia Lavinia, che, però, aveva già promessa in sposa a Turno re dei Rutuli di Ardea.

Poiché in quei tempi non si andava molto per il sottile ( vedi il conflitto di Troia scatenato dal rapimento di Elena ), Turno dichiarò subito guerra ai Troiani e, durante gli scontri che ne seguirono, Laurentum fu abbandonata o addirittura distrutta. Enea, uscito comunque vittorioso dagli scontri, sposò Lavinia e con il suo nuovo popolo, costituito da una strana miscela di troiani e di latini, decise di edificare una nuova città, che chiamò
Lavinium in omaggio alla sua sposa.

Quando, alla morte di Enea, salì sul trono dei Latini Ascanio, figlio di Enea e di Creusa ( sua prima moglie ), la popolazione di Lavinium era cresciuta a tal punto che il nuovo re fu costretto a prendere un'importante decisione:

Lasciò alla madre, o alla matrigna, la città ricca e fiorente, e per conto suo ne fondò sotto il monte Albano una nuova che, dalla sua posizione allungata nel senso della dorsale montana, fu chiamata Alba Longa.

( Tito Livio, Ab Urbe Condita, I.3 )

In realtà, sembra che dopo la morte di Enea sia stata Lavinia a salire sul trono di Lavinium, ma, essendo sorti immediatamente dei contrasti col figliastro Ascanio, ella decise di ritirarsi in un bosco, dove diede alla luce Silvio, figlio suo e di Enea.

Ascanio, intanto, malvisto dal popolo per l'atteggiamento ostile verso la matrigna, decise di cedere a Lavinia il vecchio regno e di andarsene a fondare una nuova città sui Colli Albani, che chiamò
Alba Longa.

Alla morte di Ascanio la nuova città fu presa in mano dal fratellastro Silvio, i cui discendenti perpetrarono la stirpe; prima
Enea Silvio e poi Latino Silvio, sotto il regno del quale ultimo, come attesta lo storiografo romano Tito Livio, furono fondate molte colonie nel Lazio:

Quindi regna Silvio, figlio di Ascanio, nato nei boschi per un qualche caso fortuito. Egli genera Enea Silvio che a sua volta mette al mondo Latino Silvio. Da quest'ultimo vennero fondate alcune colonie che furono chiamate dei «Latini Prischi». In seguito il nome Silvio rimase a tutti coloro che regnarono ad Alba Longa.

( Tito Livio, Ab Urbe Condita, I.3 )

Dunque Nomentum potrebbe essere stata fondata dai Latini-Prischi durante il regno di Latino Silvio, ovvero intorno al 1100 a.C. ( ma, per quanto è stato detto da Virgilio e Tito Livio, forse sarebbe meglio dire “occupata” ) : si trattava dunque di una sorta di testa di ponte, o di una enclave, in territorio sabino, molto importante per il controllo dei traffici commerciali tra le montagne e la pianura.

Solo 350 anni più tardi, un altro gruppo di Albani si spinse verso la valle del Tevere ( che in quei tempi si chiamava Albula ) e fondò Roma ( 753 aC, secondo la leggenda ): si trattava di un centinaio di uomini fortemente motivati da un auspicio che aveva predetto un radioso futuro per quella nuova città. Il futuro implicava però una discendenza e quindi dei figli, ma, per fare dei figli, occorrevano anche delle mogli e quel manipolo di prodi era costituito in massima parte di soli uomini !

Romolo, il leggendario primo re di Roma, pensò allora di rivolgersi ai paesi confinanti in maniera ufficiale, proponendo loro di stringere alleanze politiche che prevedessero delle unioni matrimoniali a suggello dell’accordo.

Ma, come ci narra ancora Tito Livio, le cose non andarono esattamente come desiderato:

Roma era ormai così potente che poteva permettersi di competere militarmente con qualunque popolo dei dintorni. Ma per la penuria di donne questa grandezza era destinata a durare una sola generazione, perché essi non potevano sperare di avere figli in patria né di sposarsi con donne della zona. Allora, su consiglio dei senatori, Romolo inviò ambasciatori alle genti limitrofe per stipulare un trattato di alleanza col nuovo popolo e per favorire la celebrazione di matrimoni. Essi dissero che anche le città, come il resto delle cose, nascono dal nulla; in séguito, grazie al loro valore e all'assistenza degli dèi, acquistano grande potenza e grande fama. Era un fatto assodato che alla nascita di Roma erano stati propizi gli dèi e che il valore non le sarebbe venuto a mancare. Per questo, in un rapporto da uomo a uomo, non dovevano disdegnare di mescolare il sangue e la stirpe. All'ambasceria non dette ascolto nessuno: tanto da una parte provavano un aperto disprezzo, quanto dall'altra temevano per sé e per i propri successori la crescita in mezzo a loro di una simile potenza.

( Tito Livio, Ab Urbe Condita, I.9 )

I Romani, ovviamente, non la presero molto bene e cominciarono subito a valutare il ricorso ad una soluzione di forza, che la leggenda ci ha poi tramandato come “Ratto delle Sabine”:

 

Per conferire a essa tempi e luoghi appropriati, Romolo, dissimulando il proprio risentimento, allestisce apposta dei giochi solenni in onore di Nettuno Equestre e li chiama Consualia. Quindi ordina di invitare allo spettacolo i popoli vicini. Per caricarli di interesse e attese, i giochi vengono pubblicizzati con tutti i mezzi disponibili all'epoca. Arrivò moltissima gente, anche per il desiderio di vedere la nuova città, e soprattutto chi abitava più vicino, cioè Ceninensi, Crustumini e Antemnati. I Sabini, poi, vennero al completo, con tanto di figli e consorti. Invitati ospitalmente nelle case, dopo aver visto la posizione della città, le mura fortificate e la grande quantità di abitazioni, si meravigliarono della rapidità con cui Roma era cresciuta. Quando arrivò il momento previsto per lo spettacolo e tutti erano concentratissimi sui giochi, allora, come convenuto, scoppiò un tumulto e la gioventù romana, a un preciso segnale, si mise a correre all'impazzata per rapire le ragazze.

( Tito Livio, Ab Urbe Condita, I.9 )  

I popoli che avevano subito l'affronto chiesero l'immediata liberazione della fanciulle, ma il nuovo re di Roma, non solo si rifiutò di rilasciarle, ma, al contrario, cacciò in malo modo i loro parenti, obbligandoli inoltre ad accettare i nuovi legami di parentela con i Romani. 

Questo significava solo una cosa: la guerra.

I rappresentanti di Caenina, Antemnae e Crustumerium  si recarono allora a Cures, da Tito Tazio ( re dei Sabini ), chiedendogli di riunire tutto il popolo sabino e di dichiarare guerra ai Romani, ma la risposta non fu quella attesa: il re e i rappresentanti delle altre città sabine si mostrarono molto titubanti e ciò fu sufficiente a convincere le tre città offese a vendicare da sole l’onta ricevuta.

I Ceninensi, gli Antemnati e i Crustumini nulla poterono, da soli, contro la preponderante forza dei Romani, i quali conquistarono velocemente tutti i loro territori e vi insediarono dei coloni con funzioni di controllo. Solo a questo punto i Sabini intuirono il pericolo rappresentato dall’espandersi di Roma e decisero di attaccare in forze la città dichiaratasi palesemente loro nemica.

Ma, come ci racconta ancora Tito Livio:

Fu in quel momento che le donne sabine, il cui rapimento aveva scatenato la guerra in corso, con le chiome al vento e i vestiti a brandelli, lasciarono che le disgrazie presenti avessero la meglio sulla loro timidezza di donne e non esitarono a buttarsi sotto una pioggia di proiettili e a irrompere dai lati tra le opposte fazioni per dividere i contendenti e placarne la collera. Da una parte supplicavano i mariti e dall'altra i padri. Li imploravano di non commettere un crimine orrendo macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di non lasciare il marchio del parricidio nelle creature che esse avrebbero messo al mondo, figli per gli uni e nipoti per gli altri. «Se il rapporto di parentela che vi unisce e questi matrimoni non vi vanno a genio, rivolgete la vostra ira contro di noi: siamo noi la causa scatenante della guerra, noi le sole responsabili delle ferite e delle morti tanto dei mariti quanto dei genitori. Meglio morire che rimanere senza uno di voi due, o vedove od orfane.»

( Tito Livio, Ab Urbe Condita, I.13 )  

Di fronte a questo gesto, entrambi gli schieramenti si fermarono e, dopo aver riunito un'assemblea, Romani e Sabini decisero di unirsi in un sol popolo, con Roma come capitale e con il potere gestito contemporaneamente da Romolo e da Tito Tazio. Con questo nuovo assetto Roma e la Sabina vissero un lungo e felice periodo di pace, che si protrasse anche durante il regno di Numa Pompilio.

Questa la storia, tra leggenda e realtà.

Di sicuro la crescente potenza di Roma mise in allarme le città ad essa più vicine e non è da escludere che, prime tra esse, Caenina, Antemnae e Crustumerium tentarono, con scarso successo, di frenarne le mire espansionistiche. In loro difesa intervenne allora l’intero popolo sabino e i Romani, ben conoscendo la forza di quelle genti, ritennero più utile firmare con loro un patto di alleanza, che prevedesse persino la suddivisione del potere.

Ma Nomentum fu coinvolta, o no, dagli episodi bellici tra i Romani e i Sabini ?

Nomentum, in effetti, non viene mai direttamente citata da Tito Livio, o da altri storici del passato, nei capitoli dedicati al ratto delle sabine; ciò porta quindi a valutare due possibili ipotesi:

1 la città, sebbene fosse di origini sabine, era in quei tempi sotto il controllo dei Latini-Prischi, fratelli di sangue dei Romani e, quindi, decise probabilmente di non schierarsi a favore né dell’uno né dell’altro;
 
2 la città non fu direttamente coinvolta dal fatidico “ratto” e, quindi, decise inizialmente di fare “orecchie da mercante”; poi, vista l’occupazione di Caenina, Antemnae e Crustumerium, si unì probabilmente alle città che Tito Tazio stava armando contro Roma, ma di esse, purtroppo, nessuno storico ci ha tramandato l’elenco.

Ancora una volta, dunque, Nomentum sembra voler mantenere il mistero sulle sue radici e sul suo ethnos (stirpe originaria).


Particolare del "Ratto delle Sabine", Pietro da Cortona (1627-29). Pinacoteca dei Musei Vaticani



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