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Ovidio e la cerimonia dei Robigalia
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> Cosa accadeva in quegli anni: [?]

Tra i frequentatori dell' Ager Nomentanus, negli anni a cavallo della nascita di Cristo, si può annoverare Publio Ovidio Nasone [1] , uno dei maggiori poeti latini di quei tempi.  è infatti lo stesso poeta, all'interno dei suoi Fasti [2] , a raccontare come, durante un suo viaggio di rientro da Nomentum a Roma, gli capitò di imbattersi in una cerimonia sacra :

« Quando non restano che sei giorni di Aprile, la primavera sarà a metà del suo percorso e invano cercherai [ nel cielo ] l'ariete di Elle, figlia di Atamante; le piogge si annunciano e il cane [ la stella Sirio ] si alza sull'orizzonte.  Così, mentre all'alba tornavo da Nomentum a Roma, a metà del percorso incontrai un candido corteo: il flamine andava bel bosco sacro dell'antica Robigo, per dare alle fiamme le interiora di un cane e di una pecora.  Immediatamente mi avvicinai, per conoscere il rito; il tuo flamine, oh Quirino, disse queste parole:  "Ti prego, oh aspra Robigo, risparmia i germi del grano, e lascia che le morbide cime a fior di terra ondeggino.  Lascia crescere i semi nutriti dagli astri propizi, finché siano maturi al taglio della falce " » [3]

Stando al racconto, Ovidio sarebbe partito sul far del mattino da Nomentum per tornare a Roma e, all'incirca a metà strada, si sarebbe imbattuto in un candido corteo condotto dal flamen quirinalis, un sacerdote che, tra le sue funzioni, aveva quella di celebrare i riti dei Robigalia, in onore della dea Robigo.

Tale dea veniva invocata affinché essa proteggesse le messi dalla ruggine (robigo), un pericoloso fungo che attacca i cereali e che, in epoche passate, mancando gli anticrittogramici, causava danni irreparabili ai germogli. Il suo sacerdote, inoltre, la invocava affinché proteggesse le messi anche dalla canicola, il caldo torrido che secca le piante, il cui arrivo era preannunciato, sempre secondo Ovidio, dal sorgere di Sirio [4] , ovvero della costellazione del Cane, nel chiarore dell'alba.

Basandosi sulle parole del poeta, alcuni storici del passato avanzarono l'ipotesi che Ovidio potesse essere stato proprietario di un fondo nel territorio nomentano, ma, in realtà, egli non accenna mai ad una tale eventualità, asserendo soltanto di essersi messo in viaggio da Nomentum verso Roma: egli, quindi, potrebbe esser stato semplicemente ospite di qualcun altro, magari di quella Giulia Minore [5] che era molto amica del poeta e che, sembra, disponesse di una lussuosa villa di famiglia [6] nei pressi di Nomentum .

Ovidio, però, nello stesso brano, sembra cadere in un errore di carattere temporale-astronomico: la stella Sirio, ai suoi tempi, sorgeva poco prima dell’alba a fine Luglio e non a fine Aprile, come egli sostiene.

Le frasi «quando non restano che sei giorni di Aprile» e «la costellazione del cane si alza sull'orizzonte» sono, quindi, in contrasto fra loro, ma, d'altra parte, non è logico pensare che Ovidio potesse aver sbagliato la data del suo viaggio, poiché non avrebbe avuto alcun senso effettuare la cerimonia dei bigalia a fine Luglio, quando le messi erano già state raccolte. È, quindi, più probabile che, invece del sorgere nelle luci dell'alba ( levata eliaca ), si trattasse del calare di Sirio nel crepuscolo  ( tramonto eliaco ), fenomeno celeste che, ai tempi di Ovidio, ricorreva affettivamente a fine Aprile.

Per alcuni antichi popoli della Terra, l’occidente era abbinato alla fine della vita: il Sole “moriva” ad ovest e spariva per tutta la notte prima di rispuntare ad oriente, luogo della “rinascita”, e un discorso simile valeva anche per alcune stelle,  chiamate "infaticabili" dagli egiziani, che, dopo il loro tramontare eliaco, “morivano” per alcuni mesi prima di “risorgere” est, nella luce dell’alba. Sirio era una di queste [6] .

Se i Robigalia fossero stati officiati i concomitanza del tramonto eliaco di Sirio, la cerimonia avrebbe avuto allora un significato altamente simbolico: il sacrificio del cane nel bosco avveniva esattamente in corrispondenza della morte “virtuale” della costellazione del Cane, che, da quel giorno, non sarebbe stata più visibile nel cielo stellato fin quasi al termine di Luglio.

La dea Robigo veniva, quindi, invocata affinché le messi facessero in tempo a maturare senza inconvenienti proprio nell’intervallo di tempo che separava il tramonto eliaco di Sirio dal suo levare eliaco; quest’ultimo fenomeno celeste, infatti, preannunciava l'arrivo del gran caldo, la canicola, con il rischio di veder seccare le piante, non ancora mature, sul terreno.

Trovata una soluzione all'errore astronomico di Ovidio, si presenta, però, subito un altro problema. Dalle parole del poeta si evince, infatti, che la cerimonia da lui incontrata si stesse svolgendo in prossimità di un bosco situato «a media via» tra Roma e Nomentum e, quindi, più o meno all’altezza del VII miglio della via Nomentana, visto che l’antica collocazione di Nomentum era proprio al XIV miglio dell'antica strada romana.

Il calendario del grammatico latino Verrio Flacco [7] , inciso su una lastra di marmo murata nel foro di Praeneste, sembra tuttavia in totale disaccordo con i Fasti di Ovidio circa la località di svolgimento della cerimonia dei Robigalia; così si legge, infatti, al giorno VII dalle Calende di Maggio ( 25 Aprile ):

«Festa di Robigo [celebrata] al quinto miglio della via Claudia, affinché la ruggine non nuoccia al frumento. Si fanno un sacrificio e dei giochi con corridori maggiorenni e minorenni.» [8]


La voce relativa ai Robigalia nei Fasti Praenestini di Verrio Flacco, esposti in origine nel foro di Praeneste ( Palestrina )
I pochi frammenti rimasti sono conservati nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo ( Foto di Marie-Lan Nguyen, 2009 ) .

Per lo svolgimento dei Robigalia ( o Feriae Robigo ), Flacco indica senza ombra di dubbio una località al quinto miglio della Via Claudia: una indicazione in palese contrasto con quanto raccontato da Ovidio e, per di più, causa di nuovi problemi.  La via Claudia, infatti, non è molto citata nella letteratura latina, che, molto più frequentemente, parla della Via Clodia, una strada che da Roma andava fino a Rusellae [9] , avendo un primo breve tratto in comune con le vie consolari Cassia e Flaminia.

A complicare le cose, poi, nell'antico dizionario latino redatto da Sesto Pompeo Festo [10] , alla voce "Catularia", si legge:

« Porta di Roma, così chiamata perché, non lontano da essa, si trovava un luogo dove venivano immolate delle cagne rosse per placare l'astro della canicola [Sirio], funesto per le messi, affinché le biade biondeggianti potessero arrivare a maturazione » [11]

Le attinenze con i Robigalia sembrano evidenti, ma le indicazioni disponibili per la localizzazione della porta Catularia, anche presso altri autori latini, sono assai scarse: la maggior parte degli studiosi ritiene, però, che essa si trovasse alle pendici del Campidoglio, lato Tevere, e che, quindi, potesse essere la porta di accesso al tratto comune delle vie Clodia, Cassia e Flaminia.

Tra l'altro, la parola latina catulo significa cucciolo di cane e, dunque, la porta potrebbe aver preso il nome proprio dal tipo di cerimonia che si effettuava nei suoi pressi; altri studiosi, però, asseriscono che essa prese il nome dal console romano Lutazio Catulo, che curò una risistemazione del colle capitolino.

Già nel XVII secolo l’italiano F. Nardini [12] tentò di riconciliare le parole di Ovidio con quelle di Festo, asserendo che:

« Però non segue, che nel venir Ovidio da Nomento presso la Porta Nomentana vi s’incontrasse [ con la processione ]; il qual’è credibile, che vicino a Roma prendesse il sentiero verso quella Porta [Catularia], che guidava alla sua casa più a drittura, e se habitava egli sotto il Campidoglio, come nella 3 elegia del I Tristium dice: “et ad hanc Capitolia cernens, quae nostro frustra juncta fuere Lari”, non è gran fatto, che passato il Teverone [Aniene] piegasse a destra verso il Campo Marzo, e che perciò per la Porta Catularia dal piano, ch’era sotto il Colle degli Hortuli s’entrasse a Roma » [13]

Anche un’altro italiano, A. Nibby [14] , circa 150 anni dopo Nardini, tentò ancora di riconciliare le parole di Ovidio con quelle di Festo:

« Perché poi Ovidio incontrasse la pompa, o quello che noi diciamo, la processione nel venir da Nomento a Roma non segue per questo, che il sagrificio far si dovesse sulla via Nomentana, giacché poté bene incontrar per la strada la processione, nell’andare verso la sua casa posta sul Campidoglio; e nell’andare alla sua casa, non conosciamo noi i motivi che, invece di entrar per la Porta Collina, che era quella, dalla quale usciva la via Nomentana, e che era in conseguenza la prima, che incontravasi per chi veniva da Nomento a Roma, egli seguisse piuttosto la strada lungo le mura, per entrare alla porta Catularia, o Ratumena, che era o l'una o l'altra vicino alla sua casa » [15]

Vari altri autori latini, però, puntualizzano che, oltre ai Robigalia, nei pressi di Roma si teneva anche un altro rito rivolto esclusivamente contro la canicola, e che questo si chiamava Augurium Canarium.

Significative, a tal proposito, sono le parole degli scrittori Plinio il Vecchio, S. Pompeo Festo e Giunio Filargilio [16] :

« Per l'Augurio Canario si stabiliscano dei giorni, prima che le biade spuntino dalle spighe e non prima che vi si formino » [17]

« RUTILAE CANES. Cagne rossastre, cioè di colore non lontano dal rosso, che vengono immolate, come dice Ateio Capito, durante il sacrificio canario a difesa dei frutti della terra dalla cattiva influenza della canicola siderale » [18]

« Sirio. Stella nella bocca [ della costellazione ] del Cane. Massimo caldo quando essa è a oriente e da qui gravi morbi: per questo a Roma tutti gli anni veniva celebrato il Sacrificio Canario dai sacerdoti pubblici » [19]

È, quindi, probabile che presso la porta Catularia venissero effettuati i riti relativi all’Augurium Canarium, mentre al quinto miglio della via Claudia/Clodia venissero effettuati quelli relativi ai Robigalia. Per riconciliare la discrepanza con Ovidio, il tedesco C.M.T. Mommsen [20] ipotizzò, allora, che Ovidio, al ritorno da Nomentum, non si fosse recato alla sua casa di Roma, sul Campidoglio, bensì ai suoi giardini, posti all'incrocio tra la via Flaminia e la via Clodia, nei pressi di Ponte Milvio: lì avrebbe incontrato il corteo. [21]

L'americana A.M. Franklin [22] , però, non era d'accordo con questa ipotesi:

« si è spesso ritenuto che i Robigalia avessero luogo non nel territorio dei Sabini, ma lungo la via Clodia, due miglia oltre il Tevere. Questa supposizione si basa sulla identificazione della via Clodia con la via Claudia, lungo la quale, come citano i Fasti, venivano celebrati i Robigalia; ma è molto difficile riconciliare questo fatto con il brano di Ovidio in cui egli sostiene di aver incontrato la processione dei Robigalia mentre andava da Nomentum a Roma. Se accettiamo per buona la spiegazione di Mommsen che Ovidio stesse andando ai suoi giardini nei pressi della via Clodia, allora dobbiamo ammettere che Ovidio descrisse il suo tragitto in modo molto ambiguo. Al contrario, se le parole di Ovidio fossero vere, si dovrebbe credere che il bosco di Robigo fosse in terra Sabina, tra Roma e Nomentum » [23]

La Franklin propone quindi una ipotesi per la Via Claudia e una sulle origini sabine dei Robigalia:

« Poiché questo territorio era sotto il controllo della tribù Claudia da lungo tempo, potrebbe essere del tutto naturale che una strada passante di lì potesse essere nota come via Claudia. Questa spiegazione risolverebbe anche il problema che sorge dalla discrepanza del nome via Claudia, citato nei Fasti, e via Clodia » [24]

« Il sacerdote officiante i Robigalia era il Flamen Quirinalis, un fatto che suggerisce una origine Sabina. La leggenda che esso fu istituito da Numa indica la stessa possibilità » [25]

La storica americana, considerando le origini sabine del Flamen Quirinalis e dei Robigalia, è quindi portata a considerare reale il racconto di Ovidio e a sostenere la tesi che la cerimonia da lui incontrata si stesse svolgendo proprio in territorio sabino.

Che i Robigalia fossero stati istituiti dal sabino Numa Pompilio [26] , si deduce da una nota di Plinio il Vecchio [27] :

« Numa istituì i Robigalia nell'undicesimo anno del suo regno, i quali hanno oggi luogo sette giorni prima delle calende di Maggio, perché in quel tempo la ruggine attacca le messi » [28]

Considerato il fatto che questi antichi riti erano già radicati nei popoli pre-romani, prima che Roma li soggiogasse e ne inglobasse i culti nella propria religione, la possibilità che la cerimonia incontrata da Ovidio si stesse realmente svolgendo nei pressi di Nomentum non appare più così improbabile: poteva trattarsi di un rito dei Robigalia prettamente locale, ad uso e consumo dei cittadini di Nomentum e dei paesi limitrofi.

Quale che sia la realtà, la letteratura disponibile non consente, comunque, di stabilire se Ovidio fosse proprietario, o meno, di un podere nell'Ager Nomentanus e, così come per Attico, anche per l'autore dei Fasti il problema rimane purtroppo insoluto.

Quello che più importa, però, è che, allo stato dei fatti, la letteratura disponibile non consente di stabilire se Ovidio fosse proprietario, o meno, di un podere nell' Ager Nomentanus: così come per Attico, anche per l'autore dei Fasti il problema rimane insoluto.


Bibliografia

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Vaccai Giulio , Le feste di Roma antica , Ed. Mediterranee, Roma, 1986
Valentini Stefano, Le Stelle dei Faraoni , eBook



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