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Sthenelo e Palemone, famosi viticoltori nomentani
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> Cosa accadeva in quegli anni: [?]

Dopo il periodo delle grandi guerre romane [1] vi fu un periodo di ripresa nelle attività agricole e primo fra tutti a riattivare la coltivazione delle uve nelle campagne nomentane sembra sia stato un certo Acilio Sthenelo, accreditato di aver introdotto, nei primi decenni del I secolo dC, nuovi metodi di impianto e di potatura delle viti.

Grazie ad essi, come ci narra lo scrittore latino Plinio il Vecchio [2] , Sthenelo raggiunse anche ottimi risultati:

« Somma gloria acquisì Acilio Sthenelo, un liberto, il quale coltivò le vigne in non oltre 60 jugeri dell'agro nomentano, ricavando [ dalla vendita delle uve ] quattrocentomila sesterzi » [3]

Ai tempi dell'imperatore Augusto, il prezzo del vino, a seconda della qualità, oscillava da 1 a 4 sesterzi/litro, mentre l'olio d'oliva costava circa 3 sesterzi/litro; una casa a Roma poteva costare tra 500.000 e 2.500.000 sesterzi, mentre uno jugero di terra, poco più di 2.400 metri quadri, poteva costare tra 1.000 e 12.000 sesterzi. Su queste basi si può ipotizzare che il sesterzio avesse un valore compreso tra gli 0,5 e i 2 euro attuali e che Sthenelo ricavò dalla vendita delle sue uve, coltivate su circa quindici ettari di terra, tra i 200,000 e gli 800,000 euro.

Altrettanto rinomata fu la vigna di Remnio Palemone, un liberto vissuto nella stessa epoca di Sthenelo.

Originariamente schiavo presso la famiglia Remnia di Vicenza, gli venne insegnata l'arte della tessitura, ma imparò ben presto a leggere e scrivere e, grazie al suo spirito perspicace, riuscì a guadagnarsi la libertà. Trasferitosi a Roma, aprì dapprima una bottega tessile, salvo poi diventare uno dei più apprezzati maestri di grammatica, anche in virtù della sua grande proprietà di linguaggio. Lo scrittore Gaio Tranquillo Svetonio [4] non ne fa, però, un ritratto molto edificante, nel suo libro dedicato ai grammatici illustri:

« Q. Remnio Palemone, vicentino, servo di una donna, come narrano, fu un tessitore; ma, in seguito, accom-pagnando a scuola il padroncino, apprese le lettere. Dopo essersi affrancato, si recò a Roma dove divenne uno tra i migliori grammatici, sebbene disonorato da tutti i vizi, tanto che prima Tiberio e poi Claudio apertamente raccomandarono a tutti di non affidargli l'educazione dei fanciulli e dei giovani. Ma egli ammaliava la gente tanto con il ricordo dei fatti, quanto con la facilità di eloquio; e non mancava di comporre poesie nei ritagli di tempo. Scrisse invero vari versi, non semplici. Ebbe molta arroganza, tanto da chiamare M. Varrone "il porco", e si vantava che le lettere erano nate e sarebbero morte con lui; il suo nome non era stato posto a caso nelle Bucoliche, dove, un Virgilio preveggente, disse che un Palemone sarebbe stato giudice di tutti i poeti e dei poemi. Si beava anche del fatto che alcuni banditi lo risparmiarono per la celebrità del suo nome » [5]

Poi, lo scrittore latino, continuando la sua biografia di Remnio Palemone, ne evidenzia altre “qualità”:

« Si concedeva talmente alla lussuria, che si lavava più volte al giorno, e non gli bastavano mai le entrate, sebbene dalla scuola ricavasse quarantamila [ sesterzi ] annui e non molto meno dalle proprietà di famiglia, alla cui cura era molto attento, gestendo una bottega di capi d’abbigliamento » [6]

Pur essendo un grammatico, Palemone aveva anche un forte senso degli affari e una smisurata vanità; così, allettato forse dalla fama acquisita dal viticoltore Acilio Sthenelo, decise anch’egli di acquistare un podere nell’Ager Nomentanus, come raccontato ancora una volta da Plinio il Vecchio:

« Ma enorme, grazie allo stesso Stenelo, [ fu la fama ] di Remnio Palemone, peraltro celebre nell’arte della grammatica, avendo egli in questi venti anni acquistato per seicentomila sesterzi un podere nello stesso [Agro] Nomentano, in una traversa a dieci miglia dall’Urbe. È ben noto il basso costo delle terre suburbane, specialmente di quel territorio, e le terre che egli acquistò erano effettivamente trascurate per negligenza, ma non così in pessimo stato rispetto ai terreni migliori » [7]

Plinio giudica molto basso il prezzo pagato da Palemone per l'acquisto del terreno, sebbene in quei tempi quasi tutti i poderi extraurbani fossero improduttivi e, quindi, facilmente acquistabili; di contro, per le finanze del grammatico vicentino, dovette essere molto pesante la voce di spesa relativa al riassetto della campagna appena acquistata, per la cui cura si rivolse direttamente allo stesso Acilio Sthenelo:

« Egli prese a coltivarle, non tanto per virtù d'animo quanto principalmente per vanità, che era una sua caratteristica ben nota, rivoltando completamente le vigne sotto la guida di Sthenelo » [8]

Non è dato di sapere quanto possa essere costata la supervisione di Sthenelo, ma l'operazione di scasso e risistemazione del terreno fu, di sicuro, una delle voci più pesanti per il portafogli di Palemone. Infatti, parlando dei lavori agricoli da effettuare nei vari periodi dell'anno, lo scrittore Lucio Giunio Moderato Columella [9] , ricorda che:

« Uno jugero di terra si rivolta in 80 giornate, se si scava il suolo fino ad una profondità di tre piedi; o in cinquanta giornate, per una profondità di due piedi e mezzo; o in quaranta giornate, se si utilizza il bi-pedalium [ zappa ], che è alto due piedi » [10]

Ma i sesterzi spesi da Palemone per la sua vigna furono ben investiti, se è vero che, già ad otto anni dall'impianto, una sola vendemmia consentì al grammatico vicentino di guadagnare così tanto da ripagarsi i due terzi del valore di acquisto del terreno:

« Avendo imitato il coltivatore [Sthenelo], giunse ad un incredibile miracolo: non oltre l'ottavo anno [richiese] quattrocentomila sesterzi all'acquirente per la vendita delle uve sulle viti » [11]

Come usanza di quei tempi, le uve venivano vendute attaccate alla pianta ed era compito dell'acquirente andarsele a cogliere e poi spremerle per ricavarne il vino; all'agricoltore rimaneva, così, solo il compito di curare la perfetta maturazione delle viti.

Svetonio, d'altronde, ricorda le straordinarie capacità dei tralci piantati da Palemone:

« e coltivava i campi così bene che una vite da lui impiantata riusciva a produrre, come pare accertato, 360 grappoli d'uva » [12]

Di certo non poteva trattarsi di una classica coltivazione a filari, dove ogni pianta può portare al massimo cinque o sei grappoli, pertanto si può supporre che Sthenelo avesse suggerito a Palemone di optare per una coltivazione a pergola, l'unica in grado di consentire un raccolto così abbondante.

La voce dello straordinario successo di Palemone giunse alle orecchie di numerosi personaggi illustri, che facevano la fila per poter visitare quelle fantastiche vigne; tra questi personaggi figura anche il famoso Lucio Anneo Seneca [13] , che, dopo aver visitato il podere, convinse il proprietario a disfarsene offrendogli ben quattro volte il valore di acquisto iniziale: una bella soddisfazione per il vanitoso Palemone !

« Tutti accorsero a vedere la gran dovizia di uve in quei vigneti e i confinanti, per giustificare la loro pochezza, attribuirono il successo [ di Palemone ] alla sua profonda conoscenza nelle lettere; in ultimo, anche Annœus Seneca, principe degli eruditi, uomo di grande potere ( che alla fine ricadde su di lui ) e certamente non amante delle frivolezze, si innamorò così tanto del suo podere, che non si vergognò di dare la vittoria ad un uomo che, peraltro, gli era inviso e che ne avrebbe fatto un vanto, pagando le vigne quattro volte tanto a dieci anni di distanza dall'inizio della loro coltivazione » [14]

A tuttoggi, purtroppo, si è persa ogni traccia dei poderi di Sthenelo e Palemone, sebbene vari cartografi del passato abbiano fatto a gara nel collocare ora qui, ora là, i loro praedia, senza alcuna prova concreta. L'unica vera testimonianza "geografica" disponibile è quella di Plinio il Vecchio, che colloca al X miglio dall'Urbe, in una presumibile traversa della Via Nomentana, il podere acquistato da Palemone: si potrebbe pensare, quindi ad una sua collocazione tra le attuali località di Colleverde e Torlupara.  


Bibliografia

AA.VV. , Roman villas around the urbs. Interaction with landscape and environment , Ed. Santillo Frizell & Klynne, Roma, 2005
- An assessment of wine and oil production in Rome’s hinterland  ( Eric C. De Sena )
- Il liberto Faonte, il notabile Marco Claudio Ponzio Ponziano Marcello e i loro vicini  ( Francesco Di Gennaro et al. )
- La Villa di Livia a Prima Porta da praedium suburbanum a villa Caesarum  ( Matilde Carrara )
- La villa romana di età repubblicana nell’ager Tiburtinus e Sabinus  ( Zaccaria Mari )
- Villae, villulae e fattorie nella Media Valle del Tevere  ( Helga Di Giuseppe )

AA.VV. , Opere di C. Svetonio Tranquillo - Il Libro degli Illustri Grammatici, trad. Pietro Canal , Tip. Antonelli, Venezia, 1844
Adam Alexander , Roman Antiquity , Tip. Carey, Philadelphia, 1807
Del Bene Benedetto , Le opere di L. Giunio Moderato Columella - I dodici libri dell'agricoltura , Tip. Antonelli, Venezia, 1846
Domenichi M. Lodovico , Della Storia Naturale di Caio Plinio Secondo , Tip. Antonelli, Venezia, 1844
Kolendo Jerzy , Praedia suburbana e loro redditività in Analecta Romana Istituti Danici (Suppl. 22) , Ed. L'Erma, Roma, 1994
Purcell N. , Wine and Wealth in Ancient Italy in The Journal of Roman Studies (Vol.75) , Ed. Wolff, Londra, 1985



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