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Nomentum: dal III al
I secolo aC
Campagna, ville, vino e terme |
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Dopo la sconfitta della Lega Latina ( 338 aC ), Roma venne a trovarsi in possesso di una notevole quantità di terreni, confiscati alle città nemiche, che dovevano essere censiti e verificati prima di essere ceduti ai cittadini dell'Urbe: più squadre di agrimensori vennero così inviate a misurare il nuovo ager publicus ( territorio pubblico ) e a suddividerlo in piccoli lotti, seguendo rigorosi criteri geometrici. Alla base delle misure agrarie c'era lo jugerum, corrispondente all'area di terreno arabile in una giornata di lavoro, con una coppia di buoi aggiogati ( di qui l'etimologia da jugum, cioè giogo ): uno iugero equivaleva a circa un quarto di ettaro; poi c'era l' heredium, o doppio iugero ( pari a circa mezzo ettaro ); quindi la centuria ( 100 heredia, circa 50 ettari ) e, infine, il saltus ( 4 centuriae, ovvero 800 iugeri, circa 200 ettari ). Come unità di assegnazione dei lotti alla popolazione venne scelto l' heredium, cioè un appezzamento di circa mezzo ettaro di terra. Una parte dei lotti venne donata ai soldati che avevano contribuito alla conquista del territorio, oppure fu venduta, a cifre molto convenienti, a quei cittadini romani che, con la loro famiglia, decidevano di trasferirsi nei lotti assegnati e di dedicarsi alla coltura dei campi ( piccoli proprietari terrieri ).
La maggior parte delle terre fu riservata e affittata, però, a quei benestanti romani che potevano permettersi di comprare un buon numero di schiavi e di trasferirli nelle campagne, sia per renderle produttive, sia per utilizzarle come luogo di relax: accanto ai semplici praedia apparvero così le prime villae. Con il termine villa, i Romani erano soliti indicare un'abitazione fuori dalle mura cittadine, sia che essa fosse destinata ad un uso residenziale ( villa d'otium ), sia che essa fosse rivolta ad un utilizzo prettamente rurale ( villa rustica ); alla parola villa erano, poi, soliti abbinare un aggettivo che ne qualificava la posizione ( suburbana, marittima, collinare, etc. ).
La piccola fattoria a conduzione familiare ( il praedium rusticum ), a differenza della villa rustica, ebbe una vita effimera, perché tra il III ed il II secolo aC, Roma dette il via ad una politica espansionistica senza precedenti, costringendo la maggior parte dei piccoli contadini ad abbandonare l'aratro e a imbracciare nuovamente le armi. Durante la loro assenza, che a volte durava anche oltre un anno, la cura dei campi veniva lasciata alle mogli e ai figli più giovani, ma, nonostante il loro impegno, molto terreni iniziarono a deperire e, in breve, divennero praticamente incolti. Molti uomini, poi, non tornarono dalle guerre, mentre buona parte dei reduci, per le ferite e le mutilazioni sofferte, non era più in grado di tornare a coltivare i campi. Per non indebitarsi, queste famiglie dovettero vendere le loro proprietà ai ricchi patrizi, i quali, in questo modo, ingrandirono a dismisura i loro possedimenti, che, per le loro notevoli dimensioni, furono identificati con un nuovo termine: latifondo ( da latus = ampio e fundus = podere ). Anche le villae, per ospitare proprietari, parenti, amici, adulatori, ruffiani e braccianti, raggiunsero talora dimensioni gigantesche, diventando dei veri e propri villaggi organizzati. La gens Claudia, nell'area fidenate, e la Giulia, nel nomentano, furono sicuramente tra le famiglie che trassero maggior beneficio da questa situazione.
Più o meno tra l'ascesa al potere di Giulio Cesare e la fine dell'epoca Augustea, ossia tra il 50 aC e l'inizio dell'era cristiana, i Romani dettero un nuovo impulso alla riorganizzazione dello stato e alla realizzazione di importanti opere pubbliche: strade, ponti, acquedotti, terme, e quant'altro di socialmente utile, vennero riadattati o costruiti ex novo per venire incontro alle esigenze di una Roma in fase di grande espansione demografica e bisognosa di derrate alimentari. Anche l'antica via Figulense, che univa Roma al villaggio di Ficulea e proseguiva poi fino a Nomentum, fu completamente rifatta e fu probabilmente in quella occasione che le venne mutato il nome in Nomentana, giacché Ficulea era ormai in stato di decadenza, mentre la città di Nomentum era in fase di costante crescita. Qui, infatti, il graduale ritorno della gente verso le campagne e lo sfruttamento dei numerosi corsi d'acqua presenti nell' ager nomentanus consentirono una rapida ripresa delle colture di vino, olio, frutta e ortaggi di ottima qualità, molto richiesti dall'ingordo mercato romano. è bene far notare come l'utilizzo delle campagne intorno a Roma seguisse, in quei tempi, una rigorosa distribuzione spaziale: l'orticultura e la produzione casearia nelle vicinanze dell'Urbe, poi le colture di frutta e di cereali a più lunga conservazione e, ancora più lontani, gli allevamenti. Ciò perché, a quei tempi, il trasporto era un problema molto serio e, quindi, i prodotti più facilmente deperibili dovevano essere coltivati nelle immediate vicinanze di Roma. A Nomentum, dunque, si dovettero sviluppare le produzioni di verdure, di frutta e di fiori; gli allevamenti di pollame e, soprattutto, le coltivazioni della vite: è ampiamente risaputo che le uve nomentane, chiamate rubellae per il loro caratteristico colore, erano molto apprezzate nel mondo romano: a detta degli scrittori contemporanei il vino prodotto da tali grappoli, il rubellum, poteva essere conservato per oltre cinque anni e più invecchiava e più era buono. Famose furono le vigne dei viticoltori Acilio Sthenelo e Remnio Palemone. Intanto, nei pressi dell'attuale Grotta Marozza, vennero effettuate grandi opere idriche per la trasformazione della sorgente delle Acquae Labanae in un efficiente impianto termale, che divenne poi molto rinomato nel Lazio per le alte qualità terapeutiche delle sue acque; ai piedi della collina di Montedoro ( Casali ) fu realizzato, invece, un capiente anfiteatro per i giochi gladiatorii, che, in seguito, sarà utilizzato anche per le prime vessazioni nei confronti dei cristiani. Insomma, Nomentum aveva ormai tutti i requisiti di una tranquilla e ben organizzata cittadina di periferia, per cui numerosi personaggi illustri fecero a gara per aggiudicarsi qualche jugero di terra locale sul quale costruire la propria residenza: stando alla fonti letterarie, Giulia Agrippina, Valerio Marziale, Cornelio Nepote, Lucio Anneo Seneca, Tito Pomponio Attico e, forse, Publio Ovidio Nasone, furono tra i possibili ospiti della campagna nomentana. Bibliografia e Web-link
AA.VV.,
Opere di C. Svetonio Tranquillo - Il Libro degli Illustri Grammatici, trad.
Pietro Canal, Tip.
Antonelli, Venezia, 1844 |
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